

NDJAMENA (Ciad) - Ha molte stelle sull'uniforme, cicatrici sulle braccia, e gli manca l'unghia dell'indice destro. Béchir Ali Haggar, generale di brigata, dice che il 25 ottobre è stato lui a dare l'allarme: «Alle quattro del mattino un autista ciadiano dell'Arche de Zoé ha telefonato a mio fratello per dirgli cosa stava succedendo, lui ha chiamato me e io ho avvisato la polizia di Abéché». È così, racconta, che hanno preso i francesi accusati di traffico di minori. Da allora i bambini che stavano per essere portati via dal Ciad sono nell'orfanotrofio Bakana Assalaam: significa «Luogo di pace». «Restituirli alle famiglie è difficile — spiega Jean François Basse, dell'Unicef —. Qui solo il 30% della popolazione ha un certificato di nascita. Nella zona di origine di quei bimbi la percentuale si abbassa. Gli adulti che dicono di essere i loro genitori hanno visto i bambini, e per 75 è stato fatto un atto di riconoscimento. Ma non basta: dobbiamo investigare, andare nei villaggi e chiedere aiuto alle autorità locali per capire chi sono. Ci vorranno settimane ». Questo è il Ciad. Uno dei Paesi più poveri al mondo. E forse non è un caso che una storia simile sia capitata qui.
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